02 maggio 2014

CIPI', Storia di un amore straordinario



Mi ero stesa a riposarmi un attimo in camera dei bambini, sul lettino di A., vicinissimo alla porta finestra così che  potessi  guardare comodamente, sul balcone, la gabbietta, messa a terra, di Cipì, un uccellino regalatoci piccolissimo  da un’amica, e al quale noi tutti in famiglia ci eravamo molto affezionati.
Io soprattutto per farlo divertire un po’ giocavo con lui, porgendogli  il piede, attraverso le sbarre. E lui ogni volta ad aggrapparsi con gioia e svolazzare contento nella sua doppia gabbietta (dacché non c’erano più i pappagallini avevamo congiunto la loro alla sua per dargli più spazio).
E anche quel giorno volevo tenergli compagnia a distanza.
Ma, improvvisamente, mentre ero assopita,  sentii  qualcosa planare sul mio pollice (i miei piedi erano proprio in direzione della porta finestra aperta). Guardai. Era lui: delizioso!  Non potevo crederci! Mi bloccai, non sapevo che fare, temevo che volasse via (abitavamo al terzo piano e non aveva pratica di volo) e lo perdessi per sempre. Invece lui era lì a giocare con quel pollice che aveva visto da sempre. Provai ad alzare il piede in alto per farlo allontanare, ma lui niente, prese il gesto  come una proposta di gioco, quando invece in realtà l’aveva già stabilito lui. Si staccava, andava in alto, ridiscendeva e poi di nuovo si posava sul pollice. Stava giocando, in libertà.
Dopo un po’, piano piano mi sono alzata, con circospezione sono andata sul balcone, mi sono avvicinata alla gabbietta (che inavvertitamente avevo lasciata solo accostata, favorendogli l'uscita) e l’ho invitato ad entrarci. Ancora oggi non mi pare vero. Ma l’ha fatto!
E da quel giorno è diventata una consuetudine lasciare la gabbietta sempre più tempo aperta e farlo circolare liberamente per casa (una mia amica, quando veniva a trovarci, diceva: “dov’è la gallina?"). Entrava e usciva a suo piacimento, ma mai doveva mancare ogni giorno il nostro gioco.
Saliva sul mio pollice, io lo lanciavo in aria e lui vi ritornava. Non si stancava mai di farlo.
Certo c’è stato  qualche incidente, quando volando andò a sbattere sull’enorme specchio che tenevamo in corridoio tra le due porte dei bagni. E’ rimasto intontito un po’ poi per fortuna è tornato normale.
E quando si è sentito più sicuro si è avventurato giù, fino al giardino che circondava la casa.
Per due volte siamo andati a recuperarlo con la gabbietta appresso. Cipì, Cipì, dove sei? Lo individuavamo, poggiavamo la gabbietta a terra e lui da solo liberamente vi rientrava.  Un altro gioco, forse.
Era così di famiglia, che quando quell’anno (1987) andammo a Campo di Giove in vacanza, l’abbiamo portato con noi. In macchina non avevamo l’aria condizionata e ce lo ricordiamo ancora, lui tutto imperlato di sudore…
Durante le soste, lo mettevamo fuori per fargli prendere aria.
E ce lo portammo anche, nel luglio del 1988, nel trasferimento a Modena. Noi avevamo tanta paura per il clima diverso, ma lui si ambientò subito. La terrazza sostituiva bene il suo balcone. Stesse piante, stessi odori…
Morì, dopo aver superato brillantemente l'inverno,  a febbraio del 1989, mentre in strada passava Sandrone col suo carnevale e io e mio figlio A. stavamo preparandoci per l'invaso delle rose ad alberello. Ero felicissima, e per la novità del carnevale sotto le finestre, e per una lettera importante ricevuta proprio quel giorno; mi muovevo con molta rapidità, quasi frenesia, senza la dovuta accortezza per quel piccolo tesoro che circolava per casa e che forse quel giorno avevo trascurato.
Presso il tavolo in tinello, quello stesso piede che gli aveva dato tanta gioia, che lui non temeva, che non pensava neppure di scansare e che forse stava addirittura cercando per giocarci ancora, lo schiacciò. Solo un piccolo trillo.
Spirò subito tra le mani di A. che lo trattenne a lungo con sè, amorevolmente. Dopo lo adagiò in una piccola scatola di sigari. La sigillò ma non potevamo buttarla nella spazzatura. Decidemmo di tenerlo con noi,  nel grande vaso che avevamo preparato (quasi una premonizione - c'era giusto il primo strato di terra) per la rosa gialla.
Quando fiorì a maggio aveva  degli screzi rosso intenso. Per noi era inequivocabilmente il sangue di Cipì.
Il dolore centuplicato dal rimorso per me è stato tale che solo oggi riesco a scriverne. Ma un esserino così meraviglioso andava ricordato.

 “era così dolce, la conosceva
come bimba conosce la madre,
sempre in seno a coccolarsi,
a saltellarle di qua e di là,
per lei sola trillava” (Catullo)

21 dicembre 2012

Auguri!!!!




AUGURI DI BUONE FESTE
...PER QUANTO SI PUO'...
UN ABBRACCIO A TUTTI

NADIA CAVALERA

26 novembre 2012

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